Archivio mensile:maggio 2007

La macchina degli abbracci

I delfini non sono proprio dei bonaccioni. Da giovani si avventurano in branco a caccia di delfine e con loro non sono affatto teneri. Proprio come succede a certi ragazzi di razza umana che in gruppo adescano fanciulle. I galli, “grazie” alla capacità umana di selezionarli ai fini di una produzione sempre più massiccia di carne di pollo, possono trasformarsi in stupratori assassini e mettere ko interi allevamenti sterminando ogni gallina. Gli uccelli, nonostante il loro cervello dalle dimensioni davvero contenute, sanno essere molto intelligenti, mentre i cavalli, prede per eccellenza, non vi faranno mai capire quanto soffrono perché in questo modo si farebbero scoprire troppo vulnerabili e facili prede. Per non parlare delle strane paure delle mucche…

E’ il mondo degli animali, visto con gli occhi di una grande studiosa, quello che va in scena nel libro La macchina degli abbracci di Temple Grandin, uscito a marzo da Adelphi.

Vi confesso che questo libro mi ha stupito. Non conoscevo Grandin. Non mi ero mai avventurata nel mondo dell’autismo. E questo suo lavoro è stata una gran bella scoperta, soprattutto per coloro che amano e vivono con gli animali. Oltre quattrocento pagine che ti rotolano addosso, con riferimenti psicologici e scientifici messi a punto con grande sapienza e semplicità divulgativa. In primo piano soprattutto il comportamento delle mucche e dei cani. Ma scopriamo anche il mondo dei pesci e quello degli uccelli.

Da leggere insomma. Il mondo dei cavalli non è così tanto analizzato come avrei voluto, ma ci sono tanti spunti su cui riflettere.

Il dolore delle prede

A proposito del dolore, ho letto un libro molto interessante di Temple Grandin, una psicologa autistica, che lavora con gli animali. Grandin spiega il perché sia così difficile stabilire quanto soffrano alcuni animali, e in particolare il cavallo. Poiché sono prede, non faranno mai vedere a un predatore – che sia umano, cane o felino poco importa – che stanno soffrendo e che quindi non riuscirebbero a scappare. Meglio nascondere il dolore per essere meno vulnerabile. Penso che anche molti umani si comportino così. Una difesa dal mondo, nascondere i propri dolori, in particolare quelli psicologici.

Sospeso l’antidolorifico

Nonostante il tempo inclemente (da ieri nella campagna trevigiana piove senza ritegno), Margherita sta benino. Ha l’occhio un po’ spento forse, e non capisco perché, ma per il resto va. Ho sospeso al momento l’antidolorifico (Reckweg r1) per vedere la reazione. E’ ormai da qualche settimana che non zoppica: spero quindi che il dolore sia molto lieve.

Non sarà guarigione, ma siamo comunque serene

Confesso, sono colpevole di un lungo silenzio. Ma è un silenzio felice. A poco più di un mese dall’inizio della cura omeopatica (Licopidium), dei fiori di Bach e del Reckweg R1 per i dolori, Margherita è un’altra cavalla. Sta anche ingrassando. Mangia tutto e sempre, non zoppica quasi più, è serena e allegra.Quando sono con lei in box, o all’aperto, lasciandola libera sul prato tanto mi segue passo dopo passo come un cagnolino, sono sempre più consapevole del legame fortissimo e magico che ci lega. La sento totalmente affidata a me e al tempo stesso pronta a proteggermi. Siamo un brancoi, io e lei, e non ho ancora capito del tutto quale delle due è la femmina dominante  :-)

Certo, quando sono in maneggio mi vuole accanto, sempre, ma è affettuosa con quasi tutti. Predilige le donne e le mie amiche. Ma non disdegna gli amici. E’ chiaro: riconosce tutti. Annusando e guardando.

Intanto ho finito il libro di Stefano Cattinelli, il veterinario di Trieste che mi sta aiutando e ha in cura Margherita dal 30 marzo scorso. Amici fino in fondo mi ha suscitato innumerevoli emozioni. Ma quella più evidente è in relazione con un percorso che sto compiendo da oltre un anno. Un anno durante il quale nulla è avvenuto per caso. La mia malattia, un anno fa. Quella di Margherita poco dopo. E’ stata lei a farmi intrapprendere una stada particolare di analisi emozionale del mio rapporto con gli animali. Ci vivo insieme da una vita, ma non avevo messo in conto riflessioni di questo tipo.

Amici fino in fondo è un piccolo libro che vale la pena leggere. Non tanto per intuire come fare per accompagnare il proprio cane, gatto, cavallo nei suoi ultimi giorni di vita. Piuttosto per capire quanto gli animali siano importanti per noi umani.

“L’anima animale”, scrive Cattinelli, “quell’essenza divina presente all’interno di ogni corpo fisico animale, risuona nella nostra interiorità come il più bel regalo che l’Universo ci abbia donato in questo ultimo millennio. Con la dolcezza e la gratitudine insita nel suo mondo, possiamo anche noi accedere a tale dimensione per scoprire, poco a poco, come l’anima animale si muova dentro e fuori di di noi e quale messaggio di guarigione nasconda nella sua dimensione più intima”. 

E’ sempre più necessario, per tutti,  sviluppare un diverso atteggiamento nei confronti del regno animale. Come spiega ancora il veterinario triestino, ” tale cambiamento può  essere foriero di guarigione. Per tutti e due: uomo e animale”.

“Dobbiamo imparare ad amare gli altri cominciando con una persona o anche con un animale e poi lasciare che questo amore si estenda ad un numero di persone sempre più grande fino a che i difetti che gli si oppongono non spariscono automaticamente. L’amore genera amore, così come l’odio genera l’odio, “ ha scritto il dottor Bach.

“E proprio così si può fare….incominciando ad amare un animale”. Mi aveva spiegato Cattinelli.  E aveva aggiunto: “All’interno del concetto di amore, secondo me, c’è anche il concetto di terapia.  L’amore per un animale significa imparare a sentire i suoi bisogni, le sue necessità e capire quali sono le sue esigenze”.E’ vero. La vita con un animale dovrebbe implicare anche la scelta di condividere un periodo della propria vita con un essere che non comunica con noi attraverso gli schemi abituali. Non parla. Almeno non lo fa come lo facciamo noi.  Gli animali non comunicano con noi, e tra di loro, attraverso la parola e l’uso di pensieri articolati. Comunicano con le emozioni. Lo avvertiamo perfettamente con il cane e il gatto, che condividono intensamente l’esperienza emozionale con il proprio compagno di strada.

Ma è vero anche con i cavalli. Certo è molto più difficile entrare nel loro mondo. Perché sono prede, sono diffidenti di istinto, devono fuggire, devono difendersi. Sempre. Ma quando capiscono che tu ci sei per loro, che ciò che ti lega a loro è amore allo stato puro, allora si abbandonano. Possono perdonarti tutto e aspettarti.
Margherita, allora, è una vibrante emozione che mi accompagna, giorno dopo giorno, in una nuova crescita.

Cicoria, erica, olmo e scleranto

Cicoria, per attenuare la possessività nei miei confronti. Erica, per riuscire ad entrare in contatto profondo con chi ci circonda. Olmo, per ritrovare la forza e la direzione verso cui indirizzare le proprie energie. E infine Scleranto per reciupare equilibrio e chiarezza nelle scelte. Ecco i quattro fiori di Bach per Margherita.E’ la prima volta che sperimento i Fiori di Bach su un animale. Sebbene sia un’azione abbastanza comune fra coloro che si curano con i fiori. Per chi non lo saperre, alla base della floriterapia del dottor Edward Bach c’è il principio secondo il quale nella cura di una persona (o di un animale), devono essere prese in considerazione principalmente la prevenzione e la conoscenza dei disturbi psicologici, i quali determinerebbero i sintomi fisici.

Il singolo fiore curerebbe il disturbo psicologico che ha causato o potrebbe causare un certo malessere fisico. Dietro ogni disturbo fisico ci sarebbe quello che viene chiamato “fiume di energia”, originato a livello psicologico (come nel caso della rabbia, che viene scaricata in modi e zone del corpo differenti); pertanto, ad ogni disturbo psicosomatico, provocato dallo sfogo dell’energia, corrisponderebbe, a monte, un ben preciso disturbo dell’anima.  Sulla base di tali principi sono stati distinti 38 “tipi comportamentali” di base, ai quali corrisponderebbero 37 fiori e un’acqua di fonte, la cui energia sarebbe in grado di curare l’organismo per riportarlo in armonia; in tal modo i sintomi tenderebbero a regredire.

I rimedi floreali scoperti da Bach rilascerebbero infatti nell’acqua, se opportunamente trattati, la loro “energia” o “memoria”. Bach consigliava di cogliere i fiori al massimo della fioritura e nelle prime ore del mattino di un giorno assolato; il fiore, che non doveva essere intaccato da alcunché, veniva deposto in una ciotola d’acqua pura e veniva trattato secondo uno dei due metodi riportati nelle opere del medico gallese.

Ho iniziato a darglieli. 4 gocce, tre, quattro volte al giorno. Non sempre ce la faccio. Gliele metto dentro la mela e poi nell’abbeveratoio. Dovrebbero regalarle un po’ di serenità. Dovrebbero renderla meno nevrile nei confronti del mondo e forse mano ossessiva nei miei confronti.

Il Reckweg R1 intanto funziona. Il dolore è diminuito. Ma non credo sia scomparso. Margherita non riesce a ingrassare. Sta mangiando tutto ma il suo esile corpo da purosangue lascia intravvedere le costole. Soprattutto quando qualcosa ne cattura l’attenzione (in questo caso mi sembra che cresca di un metro…) o le fa paura. Appena posso l’accompagno a brucare l’erba fresca.

Passeggiamo per i campi e la sento attenta e felice. Non riesce a stare ferma fra l’erba. Io appoggio la mano al garrese, le cammino accanto e ne imito i movimenti. Secondo il metodo Parelli, è il gioco dell’ombra. Mi, anzi, ci riesce benissimo. L’impressione è che le piaccia camminare fianco a fianco con un contatto forte fra noi. Continua a essere ossessiva nei miei confronti. Mi riconosce appena appaio all’orizzonte, appena sente la mia voce si precipita alla porta del paddock. Spero che i Fiori funzionino. E’ importante per lei, ma ammetto lo è anche per me,sentirsi meno legata, più libera e soprattutto serena. Anche se non sono al suo fianco. Che possa esistere con un animale, con una cavalla una comunicazione telepatica? Non so rispondere.

Amici fino in fondo

Nulla avviene per coincidenza. Ormai ne sono convinta. Qualsiasi cosa ti succeda, qualsiasi incontro avvenga, sono legati da un filo sottile eppure tanto presente. Basta riconoscerlo. Volerlo riconoscere.

Oggi, in una giornata difficile per Margherita (ha dolori, fa fatica a camminare, vuole compagnia e mi guarda con uno sguardo che “chiede”, spesso implora, l’abbraccio), un’amica – Fabiola – mi ha portato un volantino: a Spresiano, in provincia di Treviso, il 30 marzo prossimo sarà presentato un libro, “Amici fino in fondo“, di un autore di cui non avevo mai sentito parlare, il triestino Stefano Cattinelli. Ci sarà anche lui alla presentazione.

Mi sono fermata a leggere il voloantino mentre Margherita brucava l’erba fresca al mio fianco. “Questo libro”, leggo, “racconta, attraverso episodi realmente accaduti, delle difficoltà che la persona incontra nel momento in cui sente che l’eutanasia, quella puntura che porta a morire l’animale, rappresenta per lui un momento di grosso conflitto interiore.  Le tre parti del libro conducono il lettore attraverso una serie di pensieri, emozioni e azioni nei confronti di tale evento.  Pensieri che necessariamente vengono richiesti all’uomo di fare, dato che la differenza peculiare tra lui e l’animale è specificatamente l’uso del pensiero.  Emozioni perchè il livello di comunicazione tra lui e il regno animale è esclusivamente il livello emozionale.
Azioni perchè di fatto nelle decisoni da prendere e nel susseguirsi degli eventi, la necessità di essere lucidi assume un ruolo fondamentale per gestire correttamente l’evento morte.  L’amore, l’amore che profondamente ha sempre legato l’uomo all’animale, rappresenta il motore che spinge l’uomo a cercare soluzioni diverse dalla solita eutanasia, e e che ci spinge a confrontarci con tale evento secondo i principi della guarigione spirituale.  Guarigione che, per definizione è esclusivamente esperienziale.
Sia per l’uomo che per l’animale”.

Rimango senza fiato, e un po’ impaurita a dire il vero. Spresiano non è lontano da casa mia, ci andrò. Ma appena tornata a casa, capisco che voglio saperne di più. Subito. Che non posso aspettare dieci giorni.

Una ricerca in Internet e trovo tutto. Stefano Cattinelli ha un sito tutto suo che mi colpisce nei contenuti e che mi conferma che ho trovato (o sto trovando) aiuto.
Qui si parla molto di rapporto fra umani e animali. E anche di come accompagnare gli amici pelosi verso la morte. Non di punture per farli andare via prima del tempo.

Non ci ho mai pensato per Margherita. E chi ha seguito fin qui questa mia storia lo sa bene. Margherita continuerà a vivere e pascolare fino al momento in cui capiremo – il suo veterinario ed io – che sarà giunto il momento. Non ci saranno iniezioni di morte. Cercheremo solo di accompagnarla, nel modo migliore (ma quale sarà?) verso quel momento.

La cosa mi spaventa, è ben immaginabile. Soprattutto perché un cavallo non è un cane, un gatto. Non vive nella mia casa.  E’ altrove anche se vicinissimo. Posso stare con lei solo alcune ore al giorno. Non la notte, quando forse si potrebbe sentire più sola. Quando sarà morta non la potrò prendere in braccio e riporre nella terra.

Ecco quello che scrive Cattinelli in merito a questa problematica:
“La morte dell’animale può, e dovrebbe, rappresentare per la persona vive, e che ha vissuto, per così lungo tempo con la sua personale scintilla animale, un piccolo cammino iniziatico.
Se non altro, un pezzetto di quel cammino di autoiniziazione al quale, come Uomini, tutti siamo chiamati a confrontarci.
Iniziazione significa vivere sulla propria pelle delle esperienze che hanno lo scopo di mutare la percezione che abbiamo di noi stessi e del mondo che ci circonda; significa compiere, attraverso dei rituali, (e in questo senso la morte, storicamente, può essere considerato “il rituale iniziatico” per eccellenza) delle azioni, interne ed esterne, che servono ad affrontare in maniera differente il dipanarsi del filo della propria esistenza.
Autoiniziazione significa che in questo percorso non c’è nessun maestro esterno, nessuna figura umana che possa dire quello che è giusto o sbagliato fare nello svolgersi degli eventi. Solamente la persona che vive in prima persona tale evento potrà, e saprà, trovare il giusto equilibrio nel fare e nel non fare. Solo lei, essendo specificatamente proprio lei la persona alla quale l’animale ha delegato l’interpretazione del suo linguaggio emozionale, saprà riconoscere il giusto momento nel quale è opportuno sospendere le terapie e, attraverso un profondo mutamento interiore, seguire le vie dell’accompagnamento consapevole”.
L’articolo completo lo potete trovare online.

Prima di iniziare a riflettere sull’esperienza che sto vivendo con la malattia senza scampo di Margherita, non pensavo che sarei arrivata a pensare, a teorizzare, le stesse cose scritte da questo signore che non conosco. In fondo ho sempre vissuto con animali. E molti di loro mi hanno lasciata. Ma evidentemente in quei momenti non ero pronta. Ora sembra diverso. Mi si stringe il cuore di fronte a questo ennesimo dono di Margherita.

1998, un passo indietro: le corse

 Ma c’è una cosa che mi preoccupa di più. E per spiegarla devo fare un passo indietro. Margherita è un’ex cavalla da corsa. Il suo passaporto non mente: ha debuttato a due anni e pochi mesi allo stadio milanese di San Siro. La sua genealogia irlandese sta tutta in un fisico e un’altezza importante, nettamente superiore a quella di un purosangue inglese. Sia i genitori che i nonni erano grigi e tutti cavalli da corsa.Ma il debutto, per qualche motivo che non conosco, non è stato un successo. E come spesso accade, Margherita è stata ritirata. Da quel giorno, e fino ai quattro anni, non è stata una vita facile per mia bella bionda (la chiamo così perché non sapete quanto sia difficile tenere pulito un cavallo grigio e poi perché scorrazza in padok con la coda al vento, come una puledra).

E’ passata di maneggio in maneggio, ma ancora senza successo. Poiché ha un carattere ribelle e per nulla facile, non ama né fare il cavallo da scuola né quello da passeggiate. Non ama passare di mano in mano senza prima stabilire una sia pur minima relazione con chi la monta. Ma non tutti possono capirla.

La cavalla scalza

Un grande passo. Il 4 dicembre 2006 ho deciso di fare di Margherita una cavalla scalza. Via i ferri che la costringono. Così la sobbattittura le verrà fuori prima e si esaurirà in se stessa. Via i ferri, così potrà stare in paddok anche quando ha piovuto e il terreno diventa melmoso. Viva la libertà. Massimo il maniscalco mi asseconda.Damiano, un appassionato dei piedi scalzi, mi sostiene in questa decisione. Vedrai, mi dice, avrà una migliore circolazione e la schiena le farà meno male. Fra un mesetto le farò pareggiare i piedi e limare. Per qualche giorno camminerà sulle uova, ma poi, sono sicura che sarà felice.L’associazione Barefoot Italia spiega così la scelta di levare i ferri: “La natura fornisce al cavallo selvaggio una struttura meravigliosa e perfetta, frutto di 50 milioni di anni di evoluzione: lo zoccolo. Questo è perfettamente funzionale allo stile di vita che il cavallo conduce allo stato naturale, fatto di lunghi spostamenti (30 — 50 km al giorno in media) alla ricerca di pascoli ed acqua, e non ha bisogno di alcun genere di cura, né soffre di malattie particolari, al contrario di ciò che accadde ai cavalli domestici. La filosofia del barefoot horse nasce da queste semplici osservazioni e mira quindi alla salute del piede, riportando il cavallo ad uno stile di vita più naturale, di cui l’assenza di ferratura e la possibilità per l’animale di muoversi liberamente costituiscono gli elementi più importanti”.

Sto aspettando…

Poco prima di Natale ho saputo che Margaritha è gravemente ammalata: due tumori maligni alla parotide. Nulla da fare. Solo aspettare.

Questo è il diario di questi giorni insieme a lei.Con buone probabilità ultimi giorni. Giorni diversi, nella consapevolezza della malattia e della futura perdita. E’ la storia di una relazione forte, oggi da renventare visto che non possiamo più andare insieme a passeggiare per i campi della campagna trevigiana. Racconterò a voi che leggete e a me stessa il presente e il passato. Per non farli fuggire. Per lasciare, nero su bianco, qualcosa di lei. Per condividere questo amore e questa sofferenza. Sperando che faccia bene anche a me.

So che forse a qualcuno farà orrore che possa amarla e parlarne come fosse un essere umano.  Ma sono convinta che negli animali, e in particolare nel cavallo, risieda l’essenza dell’amore e della compassione. Il cavallo di vento, come lo chiamano gli sciamani mongoli, risiede nel petto, è il potere dell’anima del cuore. Nutre il cuore e ne aumenta la forza, proprio come il vento ravviva il fuoco. Sale e scende durante la vita. Più ne abbiamo più il nostro cuore e tutta l’anima hanno potere. Contribuisce alla fortuna e alla buona salute. Si accresce con atti nobili e rituali sinceri. Chi ha molto vento nel suo petto sarà magnanimo e coraggioso.

Secondo la vecchia tradizione buddhista, le forti correnti d’aria himalayane guidano le preghiere verso il cielo, trasportate dal Cavallo del Vento. Quando il bordo delle bandierine colorate di cotone comincia a sgretolarsi a causa dell’azione del vento, tutte le preghiere riportate al loro interno cominciano a realizzarsi. In ogni bandierina è disegnato al suo centro un cavallo, il famoso Cavallo del Vento, dal quale deriva il nome in tibetano LUNG-TA. Il cavallo trasporta dei gioielli luccicanti sul dorso. I tre gioielli rappresentano Buddha, il Dharma (l’insegnamento buddhista) e il Sanga (la grande comunità buddhista). Tutti insieme danno vita alla Trinità Buddhista.

Potrei scomodare altri grandi persone per dirvi che l’amore che scambiamo con gli animali è il fra i più puri. Perché no Lev Nikolaevic Tolstoj che alla vecchiaia “maestosa e disgustosa” di Cholstomer, castrone pezzato, dedicò un piccolo e affascinante racconto. Perché no Fernando Savater che descrive il suo “Il gioco dei cavalli” come “un omaggio, una celebrazione, una dichiarazione d’amore…lavoro pieno d’affetto….” dedicato alla memoria e all’ombra “veloce e gagliarda” di Todo Azul, come rappresentante di tutti i numerosi puledri che il filosofo spagnolo ha amato nel corso della vita.

Senza scomodare grandi nomi, a coloro che avranno la benevolenza di crederlo vorrei dire che Margherita che è stata per me, e lo è ancora, come una maestra di vita e d’amore.

Questa è la storia di una cavalla, Margherita

Questa è la storia di Margherita, una bellissima purosangue irlandese grigia. Dagli occhi di cerbiatto e il naso rosa.
E’ una storia come potrò raccontarvela io che la conosco, io che la amo quanto solo un cavallo si può amare. Margherita ha 12 anni. Li ha compiuti sabato 31 marzo 2007. Qualche mese fa, non sapevo se sarebbe riuscita a festeggiare il compleanno. Invece ce l’ha fatta.
Non lo sapevo perché poco prima di Natale ho scoperto che Margherita è gravemente ammalata. A coloro che avranno la benevolenza di crederlo, vorrei dire che Margherita che è stata per me, e lo è ancora, come una maestra di vita e d’amore. Qui vi racconto perché.