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In Germania una laurea per sussurrare ai cavalli

Parlare con i cavalli può non rimanere un sogno: può voler dire studio, applicazione, passione e un’accademia pronta a laurearti. E’ quello che avviene in Germania dove la sua Accademia di Bad Saarow nel Brandeburgo, vicino a Berlino,  in tre anni prepara studenti per una laurea interdisciplinare che li renderà capaci di sussurrare ai cavalli.

 Andrea Kutsch e Monty Roberts

L’accademia è nata nel 2006, fondata da Andrea Kutsch, 40 anni, esperta in ippolologia e allieva di Monty Roberts, il leggendario sussurratore ai cavalli che ha ispirato il film interpretato da Robert Redford.

Il corso, unico nel suo genere, costa 3.400 euro e dura tre anni, durante i quali si studia non solo l’equus method, una lingua in 177 gesti per comunicare con i cavalli, ma anche biologia, veterinaria e corsi di amministrazione per ditte che si occupano di cavalli.

«Gli esperti di questo tipo sono molto richiesti», ha detto al quotidiano “‘Frankfurter Allgemeine Zeitung” la Kutsch, nota in Germania anche per riuscire a calmare i cavalli senza violenza o medicine dopo le operazioni chirurgiche. Molti degli animali
campioni di corse, prima di «parlare» con Andrea Kutsch, non volevano neanche entrare nei box di partenza nell’imminenza delle gare.

Il prossimo ciclo di studi inizierà il prossimo novembre, i posti disponibili sono solo 40, i candidati, secondo dati dell’accademia, migliaia.

Cavalli, maestri perduti

L’ho letto in vacanza e mi ha colpito. Ora finalmente l’ho ritrovato e lo propongo anche a voi. E’ un articolo di Stefano Malatesta apparso su Repubblica lo scorso 10 agosto. E’ un buon esempio di divulgazione di nuove modalità (che purtroppo coinvolgono ancora poche persone) di rapporto con i cavalli. Leggetelo. Merita.

Il cavallo,maestro perduto
Stefano Malatesta, Repubblica 10 agosto 2007

Qualunque animale è sempre molto più interessante e alla fine risulta molto più intelligente della somma delle prestazioni che ci aspettiamo da lui, se l’animale è addomesticato. L’aveva intuito Jonathan Swift, che nei Viaggi di Gulliver aveva attribuito ai cavalli, incapaci di mentire, nemici della guerra e della violenza, quel comportamento fatto di delicati sentimenti e di saggezza che mancava agli uomini.

Tra i nobili equini e i bestiali uomini esisteva un abisso e il segno più evidente di questa differenza fisica e morale stava nell’andamento a quattro gambe dei cavalli,molto più potente, sicuro e dignitoso del traballante, affannoso, precario movimento azionato da due sole gambe degli uomini. Trecento anni più tardi, una équipe di matematici ha dovuto rinunciare a creare un robot che andasse al trotto o al galoppo come un cavallo, perché era impossibile riprodurre l’estrema complessità dell’andatura equina, in cui ogni passo viene scandagliato da sensori che analizzano la qualità del terreno, il grado di elasticità, la presenza di corpi estranei e riferiscono immediatamente alla centrale di comando, trasformando una semplice cavalcata in una performance di altissima tecnologia.

Al tempo di Swift il rapporto tra uomo e cavallo non si era ancora interrotto definitivamente, come accadrà all’inizio del Novecento con l’apparizione dell’automobile. Un avvenimento talmente rivoluzionario da far gridare a D. H. Lawrence: «L’uomo ha perso il cavallo ed ora è perduto». Nessun altro animale è stato assunto in una tale posizione di privilegio, nel complesso e vasto mondo dei miti creati dagli uomini, come il cavallo dabattaglia da creare immediatamente una differenza così grande e invalicabile tra chi se ne serviva e chi andava a piedi. Per tutti i popoli delle steppe solo i cavalieri avevano diritto al nome di uomini, mentre chi rimaneva appiedato era meno che nulla, non un umano, ma un essere immondo, risucchiato da quel fango che si ostinavano a zappare.

Gengis Khan, subito dopo aver conquistato la Cina, aveva dato ordine di distruggere tutte quelle risaie che impedivano la crescita del foraggio per i tozzi pony dei conquistatori, condannando così la cultura cinese alla totale distruzione. Ma l’ordine non venne mai eseguito perché iconsiglieri di Gengis gli avevano fatto notare che dalle risaie avrebbe tratto molto più oro di quanto si potesse ricavare dalle biade di tutto il mondo.La più antica celebrazione che si conosca di un cavallo è stata scritta dodici secoli fa da uno di questi capitribù che si muovevano ininterrottamente dalla catena degli Altai fino alle montagne della Ferghana.

Quello che colpiscein questo breve poema è che l’autore si rivolge al suo cavallo da guerra come a un compagno d’armi ricordando tutti i momenti passati insieme, nel pericolo, nelle cacce agli orsi e ai lupi, e nelle incursioni ai villaggi degli stanziali. I nomadi parlavano ai loro cavalli perché sapevano di dipendere totalmente da loro, come i pescatori Maori — che attraversavano con canoe munite di bilanciere e di piccole vele triangolari l’oceano Pacifico, raggiungendo isole remote come le Hawaii o l’Isola di Pasqua — parlavano ai pesci per ottenere informazioni sui venti e sulle correnti marine.

Bisognava conoscere il linguaggio adatto.E agli scettici va ricordato che in tempi in cui gli uomini riescono a trasmettere le immagini da un capo all’altro del mondo attraverso dei fili, non si può dubitare che altre culture si servissero di conoscenze che a noi possono sembrare magiche ma che sono molto più comprensibili della televisione.Questo rapporto tra uomo e cavallo, che esisteva soprattutto per tutte le popolazioni che avevano fatto di questo animale uno strumento di sopravvivenza, era talmente stretto che dubitare della sua intelligenza era per i nomadi come dubitare della propria.

Nessuno si aspettava o pretendeva da loro un comportamento imitativo di quello dell’uomo e che il loro grado di capacità cognitiva potesse essere confuso con un ricalco che la natura non aveva previsto: uno dei più perniciosi equivoci diffusi dalla falsa scienza.

Eppure molti test che si fanno con gli animali continuano a battere la strada della capacità mimetica come prova assoluta per giudicare il quoziente intellettivo delle bestie, cercando di individuare una vicinanza di comportamenti che dal punto di vista scientifico non ha né capo né coda. Una di queste prove consiste nel mettere davanti al cavallo due contenitori con del cibo, il primo sistemato in modo che il cibo si veda e il secondo nascosto da un panno. Il disinteresse totale mostrato dal cavallo per l’esperimento e la sua incapacità a distinguere i contenitori è stata portata come prova della sua modesta intelligenza, nettamente inferiore a quella di un cane qualsiasi che non solo distingue ma afferra il cibo e se lo porta via, come fa- rebbe anche un uomo. Ma questo succede non perché il cane dispone di una intelligenza superiore a quella di un cavallo, ma perché è un carnivoro, allenato alla lotta per la sopravvivenza tra carnivori, che non possono lasciarsi sfuggire alcuna occasione di fare un buon pasto. Mentre il cibo degli erbivori è sempre lì, a disposizione, non sollecita nessuna fretta: aspettasolo di essere ingoiato e triturato dallamascella di un cavallo. Un’altra delle leggende che perseguitanoi cavalli è la loro supposta viltà. Il cavallo sarebbe un animale pauroso perché non ha mai adottato quei codici d’onore che gli umani si trascinano in guerra, pronti a morire andando allo sbaraglio senza sapere bene perché.Qualche storico in vena di partecipare anche lui alla foltissima letteratura su Waterloo con un contributo stravagante ha addossato il fallimento della famosa carica di tutti gli squadroni della cavalleria francese — i corazzieri, gli ussari, i cacciatori, gliulani — , lanciati incautamente senza la copertura dell’artiglieria e della fanteria contro le alture di Saint Jean dov’erano attestati i quadrati delle giubbe rosse comandate da Wellington, al terrore che aveva colto i cavallidavanti al minaccioso balenìo delle baionette che spuntavano dai quadrati come pungiglioni di un istrice.

Ma i cavalli non erano né paurosi, né coraggiosi: avevano solo un’ottima memoria. E ricordavano perfettamente che in altre situazioni quel balenio aveva significato la morte per molti di loro. In assenza di altre motivazioni, cercavano solo di non fare una fine analoga.
Uno che conosceva bene i cavalli, Amedeo Guillet, famoso per le sue cariche notturne in Etiopia alla testa delle bande Amhara contro gli accampamenti inglesi, qualche anno prima era stato incaricato di trovare una cavalcatura adatta al duce, che voleva a tutti i costi andare a Tripoli di Libia e snudare la spada dell’Islam offertagli dalla popolazione stando a cavallo: un’esibizione delicata, perché il duce non era un buon cavaliere e il suo entourage inorridiva alla possibilità di una caduta.Guillet andò in Europa a scegliere una serie di cavalli che fossero imponenti, ma tranquilli, di occhio lucido e di mosse svelte, ma senza scarti e li portò a Tripoli, sistemandoli in una stalla e colmandoli di ogni cura.

Ogni notte faceva sparare scariche di mitragliatrice dietro la stalla. Terminate le scariche, veniva portato ai cavalli il miglior foraggio possibile, di modo che l’associassero agli spari e, in caso di un attentato, con l’ottima memoriache avevano, se ne stessero tranquilli.

Per gli occidentali, allevati all’interno di culture che li hanno sempre posti al centro dell’universo e sensibili alla mistica dell’Uomo come Valore Supremo, che non ha paragoni nel creato, e figurarsi con gli animali, è sempre stato molto difficile avere un rapporto con il cavallo che superasse la prestazione dell’animale, anche se, come abbiamo detto, ne aveva mitizzato le qualità quando si riverberavano sul cavaliere.

Chiunque abbia avuto familiarità con un cavallo si sarà accorto che non sopporta le pacche ai posteriori, quelle date dai cretini che voglio dimostrare una familiarità che non hanno. Questo dipende dal fatto che anche volgendo la testa, non riesce a vedere cosa sta succedendo dalle parti della coda, un’area molto sensibile scelta dai predatori o dal maschio dominante del branco per l’attacco. E dunque ogni intervento esterno avvertito da quelle parti viene preso con estrema irritazione.

Questi e altri comportamenti sono conosciuti dagli allevatori e dai cavalieri, ma quasi mai ricondotti ad una personalità da trattare con lo stesso rispetto di quella umana.Tra gli innumerevoli libri che parlano dei cavalli — ne ho letti alcuni e si somigliano tutti nella loro inconsistenza — ne ho trovato solo uno che non esiterei a definire straordinario. È uscito qualche tempo fa, si intitola The nature of the horses-Exploring equine evolution, intelligence and behaviour e l’autore si chiama Stephen Budiansky.

E la storia più straordinaria che ho letto è quella che riguarda l’addomesticamento del cavallo. Budiansky non è tanto convinto che il cavallo sia stato addomesticato dall’uomo, come raccontano i manuali, all’inizio del neolitico. Secondo lui, con molta più probabilità si è addomesticato da solo, entrando a farparte della famiglia degli uomini come i gatti i topi, le pecore e le galline.

«Per ogni cavallo ucciso e mangiato, come per ogni vacca e ogni pecora, molti altri hanno trovato un rifugio e una difesa contro i predatori, un cibo abbondante e un trattamento superiore a quello normalmente adoperato verso gli altri animali». Con l’intelligenza che gli era propria, non esitarono a fare la scelta vantaggiosa sotto innumerevoli punti di vista. Se avessero voluto, non c’era domatore che potesse domarli, come si vede nei film western, per quanto bravo e sperimentato. Ancora oggi non c’è mai stato qualcuno che sia riuscito a domare un animale simile che ha fatto una scelta contraria: l’irriducibile zebra.