dicembre 2006, l’inizio..

11 dicembre, l’ecografia
Margherita è buonissima ma l’ecografo non le va a genio
. Non voglio metterle il torcinaso. Devo convincerla a stare ferma. Il veterinario ha pazienza e mi concede un po’ di tempo di preparazione. Applico di metodo Parelli, quello dei sette giochi. In particolare il gioco dell’amicizia.
La accarezzo dolcemente su tutto il corpo. Lei protesta ogni tanto. Non so bene se soffra il solletico o se non ami tanto le smancerie. Sicuramente la sua pelle di purosangue è così delicata che il tocco deve essere necessariamente leggero. L’accarezzo sulla groppa. Sulle cosce, sulla pancia. Lei tira le orecchie indietro, ma poi mi guarda e sospira. Inizia a masticare. Sbadiglia. Sta ragionando. Sa che le sono amica. L’accarezzo sotto le orecchie, fra le orecchie, in mezzo agli occhi. Abbassa la testa, si rilassa e alla fine mi lecca guardandomi negli occhi. Quegli occhi un po’ sbigottiti e sinceri.
Si fa l’ecografia e il risultato non mi lascia tranquilla: c’è una massa informe sotto il tumore benigno. E’ quella che lo spinge in fuori. Dalla forma sembra un altro tumore, questa volta maligno. Sono devastata. Mi accascio. Letteralmente mi accascio. Ma poi, penso che un’ecografia non è definitiva, non è certa al cento per cento. Meglio fare una biopsia. Così è. A Montebelluna c’è anche un laboratorio in grado di fare il fretta l’esame, prima che vengano le feste. Già le feste. E’ quasi Natale e non me ne stavo accorgendo.

15 dicembre, la diagnosi
Basta un fischio. Sempre lo stesso però per farle capire che sto arrivando
. La scuderia è chiusa, ma lei mi sente lo stesso. Un lungo fischio, il mio, al quale fa eco, sempre, un nitrito di felicità. Eccoti, stai finalmente arrivando, sembra dirmi ogni volta. E mi guarda. Mi fissa. Aspettando che mi faccia avanti. Ma si può amare un essere così tanto? Sì. Perché è tenera e morbida? Perché è irraggiungibile? Perché si è fatta conquistare un poco alla volta? Ma quali antiche sensazioni ed emozioni risveglia in me perché dal contatto fra noi si sprigioni tale e tanta felicità? E’ la durata…un attimo di assoluta felicità che che si cristallizza nell’eternità. E che porterò sempre dentro di me.
Andrea mi sta aspettando. C’è già il responso: sulla parotide ci sono tre tumori. Uno benigno, che già sapevamo, un melanoma e uno ancora più aggressivo. Non ricordo il nome. Potrebbe essere già in metastasi. Non si sa. Inutile anche a cercare nei polmoni, nel fegato, nei reni. Si vedrà. Di nuovo mi accascio. Prendo uno sgabello (quello che fino a qualche giorno prima mi serviva per salire su Margherita) e me lo metto sotto il sedere. Non ho forza. Antichi dolori tornano alla mente. Amici che non ho più e che ho accompagnato verso la morte. Mio suocero che ho visto morire sul suo letto di casa. Stremato dalla sofferenza. Paolo che mi è stato portato via a poco più di trent’anni. Franco che ho amato. Il cuore si riapre sul dolore della morte. Del distacco. Dell’assenza.
Il veterinario parla ma non sono sicura di ascoltarlo. Dice che in quel posto non si può operare. E non si può curare. Di chemioterapia non se ne parla. Non solo, mi spiega, per il costo proibitivo, ma anche perché ne servirebbe così tanta da ucciderla in poche sedute. E aggiunge, con la voce che trema, che appena una cellula maligna andrà in circolo, non appena varcherà la soglia della giugulare, allora lei comincerà a dimagrire, dimagrire e soffrire. A quel punto dovremo sopprimerla. Che brutta parola sopprimerla. Eutanasia, dice il veterinario. Penso a Welby su quel letto in attesa di morire. Eutanasia penso. Se non si può vivere degnamente. Se sei umano o animale. Comunque sia la morte dovrebbe essere dignitosa.

20 dicembre, devo decidere cosa fare
Eutanasia. Ma per ora Margherita sta bene. Non mi muovo
. Il veterinario mi dice che si potrebbe fare una cura omeopatica di sostentamento. La fanno agli esseri umani sottoposti a chemioterapia. Già, ma loro sperano di guarire…qui si tratta solo di portare più avanti un esito già scritto. Certo che sì, facciamo tutto quello che c’è da fare: due punturine al giorno e una sorta di trasfusione alla settimana.
Le prime le fa Fabio, le seconde il veterinario. Serviranno a far sì che il suo corpo lotti contro il male. A farla stare bene più a lungo? Non si sa. Non si sa mai nulla. Questo l’ho già imparato accompagnando Paolo e Franco negli anni verso la morte. Si vive di speranza e si muore poco a poco. Ma non lo sappiamo. Non chiedo allora alcuna verità al veterinario. So che non potrebbe darmele. Mi accascio solo. Ancora una volta. E ordino le medicine.

24 dicembre, lasciamola vivere così
E no, perché far sì che dentro di lei scoppi una lotta impari
fra un corpo che non vorrebbe morire e un male che non perdona? Lei meglio di me saprà come fare. Lei meglio di me saprà come accettare la morte, quella morte che fa parte del vivere. Penso che senza la nostra consapevolezza e la nostra ragione e voglia dell’essere per sempre, gli animali sappiano lasciarsi morire. Così come sanno lasciarsi vivere. Ho deciso che non le farò nulla.
La lascerò vivere, la lascerò correre con la coda al vento senza imporle punturine quotidiane che le provocano infiammazioni. Lei che ha la pelle così assurdamente delicata. Ma è dura. Penso già a quando non sentirò più il suo nitrito di incontro. Non potrò più essere felice della sua felicità di avermi ritrovata. Lei sì che mi ama. Si direbbe. E’ la vigilia di Natale, ma cerco lo stesso il veterinario. Gli comunico la decisione e mi affido a Margherita e alla sua voglia di vivere.
Il nodo alla gola che provo lo affido alla piccola storia che un’amica mi ha raccontato, una storia da bambini. Ma è una storia di cui ho bisogno, la ringrazio d’avermene fatto dono. Eccola: “Esiste un prateria così grande che non ne conosciamo i confini e così dolce d’erba che camminarci è un delizia. E’ il paradiso degli animali. Perchè tutti i nostri animali quando muoiono vanno là. Non sentono dolore e possono correre in libertà.
Gli animali sono come i bambini :vi è un posto riservato solo per loro”. 

25 dicembre, i figli mi guardano
Lo sapete che i figli ci guardano? Ci sentono? Ci scrutano? Ci ascoltano? Da Piero e Marta questo Natale ho ricevuto due doni simbolici…..
Marta, la più grande, la cerebrale, l’intellettuale alla ricerca del proprio spirito, mi ha donato Il libro tibetano del vivere e del morire. Perché, spiega l’autore Sogyal Rinpoche uno dei maggiori maestri Dzogchen viventi, la vita è una continua fluttuazione di nascita, morte e transizione. In ogni momento della nostra esperienza, tra il nascere e lo svanire di pensieri e emozioni, vi sono spazi vuoti in cui si manifesta la natura primordiale della mente.
Mi rendo conto che devo affrontare il problema della morte (ma è un problema?).  A noi occidentali è stato insegnato a negare la morte, a fuggirla,  oppure a pensare che sia un fatto naturale e che quindi si risolverà nel migliore dei modi. Ci dicono ogni giorno di restare giovani, in forma, belli e sani. Sempre. Eppure ogni tradizione spirituale dice che la morte non è la fine, che la vita non è tutto quello che c’è. Privi di una autentica fede in un’altra vita, finiamo per vivere una esistenza svuotata di senso.
E non ci viene insegnato quasi nulla su come aiutare chi muore. Me ne sono accorta con il cuore in mano, portando il mio vecchio e amato suocero a morire a casa. I medici dell’ospedale, sia pur con la certezza di una metastasi al pancreas e di fronte a un uomo di 82 anni ormai debilitato e sofferente, non erano affatto d’accordo. Ma lui è tornato nel suo letto a morire, con tutti noi accanto, e grazie ai volontari e ai medici di un’associazione che segue i malati terminali a casa, è scivolato lentamente verso la morte. Quasi senza combatterla. Accettandola. Eravamo noi che l’amavamo che non l’accettavamo.
Il grande maestro buddhista Padmasambhava diceva: “Coloro che credono di avere a disposizione un tempo interminabile, incominciano a prepararsi solo al momento della morte, ma non è ormai troppo tardi?”. Quasi tutti muoiono impreparati così come hanno vissuto impreparati a vivere.
Piero, più immediato e in empatia con la natura, mi ha portato a casa un fiore misterioso, che non conoscevo: la Rosa di Gerico. Sa morire e rivivere. E poi ancora morire per poter rinascere. Senza sofferenza. La Rosa di Gerico è una pianta del deserto che mette radici dove percepisce la presenza di acqua. Quando la sorgente è esaurita ritrae le radici e si lascia trasportare dal vento verso nuove oasi. Sembra avere in sè la forza di rivivere. Sempre. Di attendere la vita e la morte. In un eterno andare circolare che conforta.

gennaio 2007, la prima crisi
Eccola, forse, la prima crisi
. Sono arrivata in scuderia presto in una giornata di nebbia fitta. Avrei dovuto pulirla, pettinarla, massaggiarla con un olio alla lavanda, per tenerla rilassata e serena, poi lei via in paddok e io al lavoro. E invece…
Mi ha accolto come al solito, nitrendo e fissandomi negli occhi, ma proprio mentre stavo per entrare nel box, ha cominciato a scuotere la testa quasi fra le gambe. Si è lasciata sfuggire un nitrito sommesso, forse di dolore. E ha girato su se stessa due volte, ma senza sfiorare le pareti del box. Ho preso paura e ho chiamato Alfio, un pacifico uomo di scuderia, sempre pronto a dare una mano. In un primo momento pensavo che qualcosa, fuori, l’avesse spaventata, ma non avevo mai visto quel gesto.
Ero con Alfio che la guardavo quando l’ha rifatto. Stesse modalità: scrollata la testa, nitrito sommesso, giri su se stessa. E poi ha messo fuori il muso. L’occhio sinistro, terrorizzato, mi fissava. L’ho accarezzata a lungo. La pelle del collo era tirata in un fascio di nervi. Il naso largo ansimava. L’ho accarezzata ancora. Poi l’ho portata fuori, in paddok. Non si vedeva nulla…ma non importa. Appena entrata Margherita ha galoppato e scaricato la tensione. Subito dopo stava meglio. Una semplice irritazione? un momento di paura per qualcosa che non ho capito?
Andrea il veterinario, accorso a sera per vederla, mi dira poi che il tumore non è più solo sulla parotide sinistra, ma è passato anche a quella destra. C’è un rigonfiamento che prima non c’era. Sta cercando altro spazio per crescere. Non me ne ero accorta. Ma è sicuro? Sicuro. Andrea per un attimo ha temuto per il cervello, ne sono certa. “Ma non era ancora in momento per intervenire” mi ha detto. Intervenire per cosa? gli ho chiesto. Un antidolorifico? No, mi ha risposto. “Intervenire” per farla finita. A quella specificazione mi sono improvvisamente resa conto che nonostante il mio costante appello alla ragione…non ero, non sono, ancora pronta ad affrontare il distacco. Così presto? Impossibile. Non voglio distaccarmi. La mia amica terapista, lei che legge l’aura, dice che nelle vite passate io vivevo con gli animali, appartenevo a una di quelle civiltà – come i celti – che con animali e natura erano in empatia. Mah…so solo che quasi mi sembra spropositata questa sofferenza. Ne parlo poco in giro. Solo chi ama profondamente gli animali riesce a capirmi. Gli altri mi liquidano come se avessi detto che i sassi in giardino stanno male…
Ma abbiamo ancora tempo. L’occhio non dà segni di sofferenza. E tranne un paio di giorni di scarso appetito, Margherita mangia e scarica senza problemi. Ma la prima crisi c’è stata. Ho paura. Andrea vorrebbe metterla a dormire in tondino per evitare che se sopraggiungesse un’altra crisi, finirebbe per farsi male in box. Ma come posso fare? Il box è la sua cuccia. Ci sono i suoi amici. E’ il luogo del riposo. E’ il porto sicuro. Margherita morirebbe di paura se venisse spostata da lì. Prendo tempo. Ma comincio a pensare che se la perderò non vorrò più avere cavalli. E in quel momento matura in me il desiderio di avere un’altra presenza che sappia aiutarmi a superare il distacco prossimo.

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